Archivio per la categoria ‘Scienze Infermieristiche’

Le studentesse e gli studenti del Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli studi di Milano Bicocca che svolgono il tirocinio all’ospedale Papa Giovanni XXIII sono costretti a pagare il parcheggio con i loro risparmi. Pubblichiamo la loro lettera:

Siamo le studentesse e gli studenti del Corso di Laurea in Infermieristica dell’Università degli studi di Milano Bicocca, ma frequentanti le lezioni presso la sede formativa Matteo Rota e prestanti servizio in tirocinio all’Azienda ospedaliera Papa Giovanni XXIII.

Abbiamo vent’anni o poco più e amiamo questo percorso di studi che richiede impegno e sacrificio per gli esami ed il tirocinio, giustamente non retribuito. Con l’avvento del trasloco al “nuovo ospedale” però ci siamo imbattuti in una spiacevole sorpresa: il parcheggio a pagamento di 2 euro all’ora.

Ci siamo quindi rivolti alla direzione generale per chiedere chiarimenti, anche se ad oggi non abbiamo ancora ricevuto risposta ed i nostri Tutor universitari si sono attivati per riuscire almeno ad avere una convenzione, ma tutti gli sforzi son stati inutili.

Ora è facile commentare: “Parcheggiate semplicemente fuori se non volete spendere 12/14 euro al giorno!”. Ma noi vi rispondiamo: “Vi sentireste voi, genitori di una ragazza di vent’anni, tranquilli sapendola a piedi da sola alle 6.30 del mattino o alle 22 alla fine del turno pomeridiano in una strada poco illuminata e poco frequentata in quegli orari?”.

A fronte dell’ultimo grave evento di Borgo Santa Caterina non riusciamo più a sentirci sicure e non è nemmeno concepibile spendere i pochi risparmi che abbiamo facendo qualche lavoretto nel poco tempo libero per poter parcheggiare dove lavoriamo già gratuitamente!

Poichè i medici specializzandi, stipendiati e non dipendenti dall’Azienda, hanno la possibilità di usufruire del parcheggi pagando 2 euro al giorno, chiediamo che anche a noi venga data questa opportunità.

Non sapendo più a chi rivolgerci speriamo che la visibilità che potrebbe venirci garantita dal Vostro giornale possa cambiare questa insostenibile situazione! RingraziandoVi, porgiamo i nostri più cordiali saluti!

Le studentesse e gli studenti di Infermieristica

Giovedì, 17 Gennaio, 2013 Autore: Redazione Bergamo news

TOSCANA

Il contributo viene corrisposto in un’unica soluzione alla fine di ciascun anno di corso. Nel 2010/11 ne beneficiarono in 1.724
16/12/2012 – 12:57
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Anche per l’anno accademico 2011-2012 la Regione prosegue con l’erogazione degli assegni di studio agli studenti dei corsi di laurea in infermieristica delle tre sedi di Firenze, Pisa e Siena, per complessivi 3.700.000 euro.

Dall’anno accademico 2000/2001 la Toscana prevede incentivi economici sotto forma di assegni di studio, per promuovere l’iscrizione ai corsi di laurea in infermieristica, per sopperire alla carenza di personale infermieristico rispetto al fabbisogno registrato sia nella sanità pubblica che in quella privata. L’erogazione prosegue anche per l’anno accademico 2011/2012. Questi gli importi degli assegni di studio:

- per il primo anno: 955 euro

- per il secondo anno: 1.936 euro

- per il terzo anno: 3.227 euro

E questi i criteri di attribuzione:

- essere iscritti in corso, senza essere stati iscritti fuori corso o ripetenti per più di una volta; o essere iscritti fuori corso o ripetenti per la prima volta (limitatamente alle iscrizioni ai corsi di laurea in infermieristica);

se iscritti al primo e secondo anno:

- aver superato entro il 30 aprile 2013 tutti gli esami previsti per gli anni precedenti e per l’anno accademico 2011/2012, riportando per l’anno accademico 2011/2012 una media non inferiore a 22/30;

- aver superato con esito positivo la valutazione del tirocinio;

- aver discusso la tesi di laurea, o aver superato la prova finale del corso di laurea, entro la sessione autunnale o primaverile.

L’assegno di studio viene corrisposto in un’unica soluzione alla fine di ciascun anno di corso.

Nell’anno accademico 2010/2011 sono stati erogati 1.724 assegni di studio, per una spesa totale di 3.685.980 euro.
Fonte: Regione Toscana

L’obbligo formativo e’ del singolo professionista (quindi anche precario) questo dice la recente manovra del governo Monti ( legge n.214 del 22/12/2011, articolo 33), così come il precedente DPR n.138 del 13 agosto 2011 (convertito con modificazioni dalla legge n.148 del 14 settembre 2011), sancisce che entro il 13 agosto 2012 gli Ordini Professionali dei medici chirurghi e quelli delle professioni sanitarie non mediche dovranno stabilire le sanzioni da applicare a chi non acquisisce ogni anno i crediti ECM necessari per soddisfare gli obblighi formativi.OBBLIGO ECM PER LA FORMAZIONE. Il numero di crediti che ogni professionista della Sanità è tenuto ad acquisire per il triennio 2011-2013 è di 150 ECM, con un minimo di 25 ed un massimo di 75 per anno.

Certo, il nodi da risolvere sono ancora un bel po’ … stanno pensando a come i direttori generali e gli ordini debbano “punire” chi non raggiunge questo numero di crediti nel triennio ma non hanno pensato prima a come il professionista debba raggiungerli: ASL e Ordini devono prima mettere nelle condizioni il professionista in modo da poter raggiungere i crediti e poi pensare alle punizioni da infliggere a chi non adempie a ciò.
Altra cosa ingiusta e’ il fatto che questa legge pare essere retroattiva di 12 mesi: come può un professionista correre ai ripari visto che il max numero di crediti per anno pare essere 75?
Come può un professionista presenziare agli ECM vista la carenza di personale e di conseguenza il congedo straordinario per aggiornamento “negato” dai propri direttori delle U.O.?
Altra cosa ingiusta e’ come un precario lavorando solo alcuni mesi l’anno possa accedere agli ECM aziendali nei mesi in cui non e’ in servizio?
Altra domanda: chi lavora presso RSA, CASE DI RIPOSO, ENTI PRIVATI visto l’assenza organizzativa da parte di questi enti di ECM , come un professionista può adempiere a tali obblighi? Esisteranno dei professionisti di serie A e di serie B?????
Quindi i nodi da scogliere sono ancora tanti, bisogna mettere prima nelle condizioni i professionisti a poter raggiungere tali obiettivi, poi parlare di penali, ma siccome il governo attuale ha solo lo scopo di recuperare denaro su tutti i fronti…arriveranno le penali da pagare e “purtroppo” noi professionisti che ci piace essere comodi solo in quel momento ci scomoderemo per “protestare”

PIERLUIGI STEFANIZZI

Dai carrelli ai telefoni: gli ospedali sono troppo rumorosi.
Nei corridoi si parla ad alta voce: basterebbe chiudere le porte
Misurare la febbre: classica operazione mattutina

Le luci si accendono, l’infermiera sveglia il paziente. All’alba. Termometro, c’è da provare la febbre. È un risveglio standard negli ospedali. Ora però uno studio americano sulla rivista Annals of Internal Medicine spiega che i rumori ospedalieri nuocciono alla salute mentre il sonno aiuta a guarire.
«Svegliare una persona senza motivi non è un reato grave. La prima volta almeno». Così Robert Anson Heinlein in «Lazarus Long l’Immortale». «Buon giorno», dico una di queste mattine a un ammalato dell’ospedale. «Come va?». «Bene, cioè abbastanza bene», mi risponde, e io «perché abbastanza, non si trova bene qui da noi?». «Dormo male». «Che succede?». «Le infermiere sono gentili, ma alle sei del mattino a volte nel bel mezzo di un sogno accendono la luce e mi svegliano: è l’ora del termometro. Ma io la febbre non l’ho, non l’ho mai avuta. E poi c’è da provare la pressione. Perché? La mia è sempre stata normale, certo che se mi svegliano in quel modo lì si alza. E dopo tutto questo trambusto non mi riaddormento più». E ancora: «Ho dormito poco, qualche pisolino come i gatti – mi dice un mattino un altro malato – è normale, sono in Ospedale».

No, non è affatto normale. E qualcuno di là dall’oceano ha cominciato ad occuparsene seriamente. Jeremy Ackerman, per esempio, il quale da anni si batte perché medici e infermieri dell’ospedale capiscano che è ben difficile che gli ammalati si riprendano in fretta dai loro malanni se non dormono bene. Ackerman, che lavora ad Atlanta, ha convinto certi suoi colleghi di Emory University ad affrontare il problema con le regole della scienza. Ma indagare le reazioni del cervello in risposta ai rumori e farlo con i malati dell’ospedale non è così facile, e forse non è nemmeno tanto giusto. Così Orfeu Buxton è ricorso a uno stratagemma: ha registrato per diverse notti i rumori del suo ospedale e poi li ha fatti ascoltare a dodici dei suoi studenti mentre dormivano. Ciascuno di questi studenti era collegato a un apparecchio che registrava l’encefalogramma nel sonno, così si potevano rilevare variazioni del tracciato in risposta ai rumori. Cambiando intensità e tipo di rumore poi si sarebbe potuto capire cos’è che disturba di più il sonno: gli allarmi delle pompe di infusione, per esempio, e quelli di tante altre apparecchiature, oppure i campanelli dei malati che hanno bisogno di aiuto o i telefoni a cui non sempre si riesce a rispondere subito e allora suonano per minuti interminabili, e ancora i carrelli delle medicazioni e tanti altri rumori.

Gli studiosi hanno visto (il lavoro di Orfeu Buxton è pubblicato su Annals of Internal Medicine di questi giorni) che la cosa peggiore, specialmente nei periodi di sonno leggero, sono gli allarmi delle pompe di infusione e la gente che parla ad alta voce nei corridoi o addirittura fuori dalle stanze (basterebbe avere il garbo di chiudere le porte, ma negli ospedali non lo fa quasi nessuno). Questi rumori svegliavano gli studenti quasi sempre. C’era anche chi non si svegliava o non ricordava di essersi svegliato ma tutti, con i rumori dell’ospedale, al mattino si sentivano già un po’ stanchi.

Un limite dello studio di Emory University è che gli studenti sono giovani e sani, mentre chi si ricovera in ospedale di solito ha una certa età e tante altre ragioni per non dormire, a cominciare dai dolori o dai fastidi legati alla malattia. E per le persone anziane e malate, specie se si è appena riusciti a prendere sonno, svegliarsi di soprassalto è una tragedia. Anche perché se non si dorme la pressione del sangue si alza (per via dell’adrenalina e di altri ormoni) e questo alla lunga fa male anche al cuore, e poi ci sono disturbi dell’umore, difficoltà a concentrarsi e perdita di memoria. I più vecchi poi, che hanno bisogno di ricoveri frequenti, se non dormono per tante notti di fila perdono l’orientamento e in casi particolari si arriva al delirio. E si dovrebbe fare di tutto per evitarlo – qualche ospedale negli Stati Uniti ha stabilito un «quiet time» proprio per questo -: gli anziani che hanno disturbi cognitivi legati all’ospedalizzazione alla fine muoiono più degli altri. Insomma, quello dei rumori in ospedale è un problema grave a cui si dovrebbe dare davvero molta più attenzione. Oggi si parla tanto di «Ospedale senza dolore», è uno slogan, creato soprattutto per sensibilizzare medici e infermieri. Giusto, giustissimo, e speriamo di arrivarci davvero, un giorno, a un ospedale dove chi si ricovera non debba soffrire per niente. A quando l’«Ospedale senza rumore»?

Giuseppe Remuzzi